Estratto ~ Il mondo che non vedi ~ Capitolo 5 ~ L’alba di un nuovo giorno

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Celine non aveva idea di che ora potesse essere, ma il mattino doveva essere ormai vicino. Non era riuscita a chiudere occhio, sapendo che Aidan era dall’altro lato del corridoio. Si era interrogata tutta la notte su cosa pensasse di lei, ed era giunta alla conclusione che la trovasse solo un’irritante seccatura e che probabilmente, il giorno dopo, non lo avrebbe rivisto.

Dopo che si era chiuso la porta alle spalle, si era sentita una stupida: lo aveva chiamato per ringraziarlo e lui le aveva risposto scocciato, ritirandosi nella sua stanza e lasciandola lì, ancora con il sorriso sulle labbra, presto scemato e quasi trasformatosi in lacrime. Un altro motivo d’irritazione: non si capacitava delle emozioni che le suscitava quel ragazzo, a volte irritante, altre così gentile.

E poi c’erano le questioni che si poneva su quel nuovo mondo che aveva appena scoperto, e su cosa potesse voler dire per le sue vere origini. Chi era allora la sua famiglia d’origine? Potevano essere ancora vivi i suoi genitori naturali? Forse vivevano in quella città che diceva Aidan?

Tutte quelle domande sui suoi genitori le risuonavano ancora in testa, e non poteva fare a meno di tormentarsi, ancora una volta, su cosa le avrebbe svelato sua madre se non fosse morta in quel tragico incidente di pochi mesi prima. Forse ora sarebbe stata pronta, forse avrebbe saputo qualcosa di più su se stessa. I suoi ricordi volarono alla sera del suo diciottesimo compleanno.

Rammentava ancora il giardino addobbato a festa, le lanterne colorate che si riflettevano sulla laguna, e l’abito leggero che le avevano fatto cucire su misura. Era una tiepida sera di fine agosto, ma fortunatamente non c’era afa, e per la prima volta, alla festa, partecipava anche un suo amico, Matteo. Sua madre sembrava felicissima che finalmente ci fosse qualcuno nella sua vita, a parte il gatto, e dopo aver tagliato la torta, la portò in disparte.

«Ormai hai diciotto anni, Celine» le aveva detto prendendole le mani, «sei una donna. Stasera goditi la festa, ma appena ne avremo occasione ho deciso di parlarti dei tuoi veri genitori».

Lei l’aveva guardata con gli occhi sgranati: non si sarebbe mai aspettata che sua madre tirasse fuori quell’argomento. Erano anni che ormai aveva lasciato stare, e non credeva che qualcuno le avrebbe mai più detto qualcosa sulle sue origini.

«Lo so, tuo padre non vuole che se ne parli. Ma io ho un’altra opinione: noi non siamo eterni, stiamo invecchiando. Presto ti lasceremo sola, e non voglio andarmene prima di averti detto tutto quello che so sulla tua famiglia d’origine». Aveva chiarito sua madre, accarezzandole il viso.

«Quando?» Aveva domandato lei impaziente.

«Dopo la cena di gala della prossima settimana. Tuo padre partirà per un ultimo viaggio di lavoro prima di ritirarsi, e noi avremo tutto il tempo per parlarne; hai aspettato tanto, qualche giorno in più non cambierà le cose. Fino ad allora non parliamone più». Aveva risposto sorridendo sua madre.

Celine l’aveva abbracciata forte. Amava quella donna, e anche se era anziana si vedeva ancora tutta la bellezza e la classe che doveva averla caratterizzata da giovane. Chissà quanto aveva sofferto per non aver potuto avere dei figli suoi. Ammirava la forza e l’altruismo che dimostrava nel volerle lasciare tutti i dettagli che le sarebbero serviti a rintracciare la sua vera famiglia.

Tornarono alla festa e il padre, sospettoso, le aveva investite subito.

«Dove eravate sparite?»

«Volevo celebrare intimamente la trasformazione della mia bambina in donna». Aveva risposto pronta sua madre, abbracciandola.

Bastava un suo sorriso ad ammorbidire immediatamente i toni burberi di suo padre. Celine era felice che fossero loro i suoi genitori adottivi: le davano la speranza che, un giorno, avrebbe trovato qualcuno con cui amarsi come facevano loro.

Tornando al presente due lacrime le scesero lungo le guance. Erano state due persone magnifiche, e averli persi era stato un vero trauma per lei, ma ora doveva andare avanti e in quella situazione la preoccupava alquanto la reazione di Matteo. Non dubitava che i Custodi avrebbero di sicuro trovato un modo efficace per tenerlo a bada, ma le pesava il pensiero della possibile scenata che le avrebbe fatto quando avrebbe appreso che non sarebbe tornata a casa con lui. Si ricordava ancora la reazione che aveva avuto quando gli aveva raccontato che, presto, sua madre le avrebbe detto qualcosa di più sulla sua vera famiglia, e allora erano solo amici: al pensiero di perderla perché andasse a cercare i suoi era subito andato in escandescenze. Celine si perse nuovamente nelle reminiscenze.

Quando, la settimana dopo il suo compleanno, i suoi genitori presero la barca per andare alla cena di gala lei era al colmo dell’eccitazione. Quella sera, Matteo era passato da lei per non farla cenare da sola, ma era perplesso dal suo comportamento poiché non faceva altro che rigirare il mangiare nel piatto e muovere nervosamente la gamba sotto il tavolo.

«Celine o mi dici cos’hai o la smetti, mi stai facendo diventare matto con questo comportamento». Aveva sbottato a un certo punto.

«Va bene, avevo promesso che non ne avrei più parlato fino a che non ne avessi discusso con mia madre, ma ormai ci siamo quasi. E poi a te posso dirlo». Aveva risposto lei con un sorriso birichino.

«Sono tutt’orecchi!» Aveva esclamato Matteo allegramente.

«Domani, dopo che mio padre sarà partito per il suo ultimo viaggio di lavoro, mia madre mi svelerà tutto quello che sa sulla mia vera famiglia». Aveva detto allegra tutto d’un fiato.

«Stai scherzando? Quando avevi intenzione di dirmelo? Ti pare che non avessi il diritto di esserne informato?» Le aveva chiesto aggressivamente Matteo.

Lei era rimasta pietrificata: non si era aspettata una reazione del genere.

«Perché sei arrabbiato? Pensavo che saresti stato felice per me, è tutta la vita che aspetto di saperne di più sul loro conto!» Aveva chiesto perplessa da quel comportamento aggressivo.

«Perdonami!» Si era ridimensionato quasi subito Matteo, prendendole la mano.

«E’ che ho paura che ti metterai alla loro ricerca, e magari ti trasferirai altrove e non ti vedrò più». Si era scusato.

«Non dire sciocchezze» lo aveva blandito lei «sei il mio unico amico, non mi dimenticherò mai di te».

Poco dopo Matteo era andato via, apparentemente sembrava di buon umore. Celine si era però interrogata su quell’atteggiamento possessivo, anche se, vista la rivelazione che attendeva da sua madre, aveva quasi subito perso interesse per quello strano comportamento ed era tornata in trepidante attesa del rientro dei suoi dalla cena di gala. Il tempo passava e loro tardavano, quindi aveva deciso di andare a letto sperando di addormentarsi presto. Si era appena sdraiata, quando quello che in prima battuta le era sembrato un tuono aveva fatto tremare i vetri delle finestre della sua stanza.

Ricordava tutto nitidamente, come se lo stesse vivendo in quel momento. Il boato che aveva squarciato la notte era stato terribile; la puzza di bruciato, portata dal vento, le sembrava di respirarla ancora; i bagliori arancioni che accendevano la laguna le facevano lacrimare gli occhi al solo pensiero.

La barca sulla quale viaggiavano i suoi genitori, giunta in mezzo alla laguna, si era capovolta ed era esplosa, senza lasciarle neppure un corpo da piangere.

La sofferenza per la loro perdita era aumentata con la consapevolezza di aver perso due punti fermi nella sua vita, e la certezza che qualunque cosa volesse rivelarle sua madre sulla sua famiglia d’origine era persa per sempre.

A parte Matteo, erano le due uniche persone a cui lei stesse a cuore, e l’unica cosa che la rincuorò, vista la totale assenza di altri parenti, fu l’invito della madre di Matteo che si offrì di accoglierla in casa con loro poiché era impensabile che potesse vivere da sola alla villa. Era maggiorenne da poco, ma restava comunque una ragazzina agli occhi degli adulti.

Ora, invece, avrebbe dovuto affrontare Matteo e dirgli che non sarebbe tornata a casa con lui, probabilmente mai più. Forse avrebbe fatto bene anche a parlargli dell’incertezza dei suoi sentimenti: non poteva essere così egoista da tenerlo legato a sé ora che doveva, volente o nolente, abbandonarlo. Forse sarebbe stato meglio per entrambi, soprattutto per lui.

Celine buttò un occhio alla finestra. Le prime luci dell’alba stavano rischiarando l’ambiente e lei si preparò ad affrontare la sua prima giornata in quel mondo fino a ieri invisibile ai suoi occhi, senza aver dormito per niente.

Per fortuna, quella stanza che inizialmente l’era sembrata così sterile con tutto quel bianco, la faceva sentire riposata. Non aveva chiuso occhio eppure non aveva sonno, e anzi si sentiva come se avesse dormito per un mese. Forse era solo l’adrenalina che aveva in circolo a farla sentire così sveglia. A un tratto, finalmente, bussarono alla porta.

«Avanti». Disse Celine con il cuore in gola.

Con disappunto si trovò davanti Mavi, e l’altra, che non era certo un’ingenua, riconobbe l’espressione di delusione sul suo viso.

«Ehi, aspettavi una visita a sorpresa dal tuo fidanzato? Mi guardi come se fosse appena entrato uno scarafaggio nella tua stanza». Chiese impertinente.

Celine arrossì, ma preferì non negare temendo di peggiorare la situazione, se Mavi avesse intuito a chi stava pensando davvero, sarebbe stato ancora più imbarazzante.

«Sei venuta a portarmi qualcosa con cui vestirmi?» Domandò cambiando discorso.

L’altra indicò una piccola sacca ai suoi piedi.

«Esattamente. Non puoi indossare la tenuta, visto che i tessitori la creeranno in base alle tue fattezze. Ti ho preparato questa casacca da viaggio sotto la quale puoi mettere i tuoi jeans e gli anfibi, e sopra metterai questo mantello con cappuccio. Almeno t’intonerai un minimo all’ambiente» Disse Mavi, mostrandole gli abiti che aveva portato.

«Cambiati pure in bagno, io ti aspetto qui così poi andremo a fare colazione insieme prima che si alzino tutti. Ho immaginato che non ti andasse di conoscere tutta la compagnia, visti gli altri incontri che farai alla villa». Concluse serafica.

«Grazie mille, mi preparo subito». Rispose Celine riconoscente.

Dirigendosi a colazione, Celine si limitò a seguire Mavi in silenzio, sentendosi tesa al pensiero di dire a Matteo che sarebbe dovuta rimanere con i Custodi e soprattutto, anche se faticava ad ammetterlo con se stessa, dispiaciuta all’idea che Aidan non ci fosse.

Quando entrarono nella stanza dov’era servita la colazione, trovarono Matteo seduto a tavola, intento a riempirsi il piatto all’inverosimile.

L’arredamento era molto spartano, e la stanza ricordava quasi una mensa, mentre il cibo era di una varietà impressionante. C’erano almeno cinque caraffe di succhi differenti, una macchinetta per le bevande calde con più opzioni di un computer della NASA, barattoli con almeno dieci tipi di biscotti differenti, un ripiano con altrettante marmellate, pane e fette biscottate: sembrava il servizio di un hotel di lusso.

«Buongiorno». Disse Matteo sorridente, poi la guardò meglio e nel vedere com’era vestita sbiancò, precipitandosi verso di lei.

Celine lo abbracciò. Ora che si trovava realmente davanti alla prospettiva di andare a vivere in un posto pieno di estranei, che le avrebbero dovuto insegnare solo Dio sa cosa, non era più certa di averne voglia. Avrebbe solo voluto chiudere gli occhi e risvegliarsi come sempre, invisibile per tutti a parte per Matteo e Mercurio.

Ricordandosi del suo gatto, colse la palla al balzo per iniziare il discorso con lui.

«Matteo, per favore potresti portarmi Mercurio? E’ successo tutto così in fretta che non ho pensato a portarlo via ieri sera, e vorrei tenerlo vicino». Disse prendendogli la mano.

Matteo sembrava scioccato.

«Che cosa intendi? Casa tua resta casa tua, e stasera dobbiamo tornare. Non saprei cosa inventare con mia madre…»

Celine strinse più forte la mano di Matteo tra le sue. Ora che doveva dirglielo davvero, era tutto più difficile, e stava malissimo al pensiero che quella sera non avrebbe dormito nel suo letto, ma in una casa piena di estranei che pensavano a lei quasi come a una cosa da aggiustare. Aidan se n’era lavato le mani in fretta, non era nemmeno venuto a salutarla.

Si fece coraggio e guardò Matteo negli occhi: era inutile tergiversare.

«Matteo, io devo restare. Ci sono troppe cose di me che non conosco, e troppe che so fare e non dovrebbero nemmeno esistere. Non posso tornare a casa come se niente fosse, ma tu devi andare a casa da tua madre, non puoi lasciarla sola…»

«Non puoi restare qui, Celine! Pensa a mia madre, si preoccuperebbe tantissimo e non saprei cosa dirle per giustificare la tua assenza!» La interruppe immediatamente Matteo.

«Di questo non ti devi preoccupare. Ti accompagnerò a casa io, e spiegherò a tua madre che sono una cugina e che Celine starà da noi per qualche tempo. Vedrai che non farà obiezioni». Intervenne Mavi tranquilla.

«Mia madre non se la berrà mai. Sappiamo benissimo che i suoi genitori non avevano parenti prossimi e che non esiste nessuna cugina». Rispose secco Matteo.

«Ti sorprenderà saperlo, ma tua madre mi crederà e non darà nemmeno tanta importanza alla cosa. Abbiamo i nostri mezzi per districarci nel mondo umano quando serve, altrimenti non riusciremmo a tenere nascosta a tutti la nostra esistenza». Disse Mavi mettendo a tacere Matteo.

«Ora vado a prepararmi per conoscere tua madre». Terminò, uscendo dalla stanza.

Matteo fissava Celine sconcertato.

«Dunque, ora ci cancellerai dalla tua vita come se non fossimo mai esistiti?» Chiese liberando le mani da quelle di lei con uno strattone.

«Assolutamente no, solo che non possiamo mettere tua madre a parte di tutto questo. Ma tu mi verrai a trovare, potrai vedermi anche tutti i giorni, ci saranno degli orari in cui sarò impegnata, ma resterò per sempre…» Si rese conto con orrore che stava per dire “come una sorella per te.”

«Insomma non cambierà quello che c’è tra noi. Anzi, ti aspetto stasera a cena con Mercurio. Suppongo ti verrà a prendere qualcuno, non so dove andrò. Mi porteranno in una Sede dove potrò imparare ed allenarmi…»

Celine gli riprese le mani tra le sue per confortarlo.

«Matteo, io ti vorrò sempre bene e sarai sempre con me nella mia vita, solo non abiterò più da te, almeno per ora». Cercò di blandirlo.

Matteo le sorrise, finalmente.

«Scusami, Celine. È difficile accettare che stasera non sarai a casa, ma so quanto sono stato importante per te in questi anni e specialmente nell’ultimo periodo. Non ti preoccupare, sono certo che troverò il modo di continuare a far parte della tua vita. In fondo sei sempre stata diversa da tutti, ora almeno sai perché». Disse Matteo, arrotolandosi una sua ciocca di capelli attorno al dito.

Questo commento mise all’erta Celine. Se da un lato considerava bello il fatto che Matteo l’avesse presa così bene, dall’altro gli parve davvero sgradevole questo rimarcare il suo bisogno di lui, dopotutto si stava insieme in due.

La porta si aprì, Mavi di ritorno.

«Matteo, noi dobbiamo andare. Tanto stasera passerò a prenderti per andare a trovarla». Disse restando sulla soglia.

Matteo prese il viso di Celine tra le mani e la baciò con trasporto, stringendola a sé. Le schiuse le labbra con le sue e il bacio divenne profondo. Celine aspettava quella sensazione di trasporto che sapeva essere da qualche parte dentro di lei, ma continuava a non arrivare. Si disse che forse nei libri che leggeva sempre si sbagliavano o che forse lei, essendo un tipo insolito, provava cose diverse. Si staccò da Matteo quando Mavi si sporse nuovamente nella stanza.

«Matteo, avanti, dobbiamo davvero andare. Celine, prendi l’ascensore subito a destra e vai al silos. Ti verranno a prendere lì. A stasera». Disse, facendo cenno a Matteo di seguirla.

Quando si chiuse la porta alle spalle di Matteo, crebbe in lei il senso di solitudine. Di fare colazione non se ne parlava: le dispiaceva non degnare di uno sguardo tutto quel cibo, ma il suo stomaco era chiuso come una fortezza.

Aspettò qualche minuto, in attesa di un coraggio che pareva non arrivare mai, poi uscì e imboccò il corridoio verso l’ascensore.

Una volta uscita dalle porte scorrevoli sentì davvero freddo. La temperatura doveva essere molto bassa: erano in aperta campagna, ed era ancora quasi totalmente buio. Nonostante l’atmosfera malinconica non si concesse nemmeno una lacrima, e anzi si distrasse pensando a come sarebbe stata la persona che l’avrebbe seguita, domandandosi se avrebbe mai rivisto Aidan. Al solo pensare a quel nome un moto d’irritazione l’alterò: quel ragazzo le aveva sconvolto la vita in poche ore per poi sparire nel nulla. Forse sarebbe stato meglio se non fosse proprio apparso.

«Mia cara amica, sei pronta a partire?» Domandò una voce interrompendo le sue riflessioni.

Celine si girò di scatto, gli occhi sgranati carichi d’aspettativa, il volto proteso verso quella voce.

«Aidan?» Chiese sorpresa.

«E chi altri?» Disse lui, allargando le braccia.

«Io non credevo che…» abbozzò Celine fermandosi di colpo.

Stava per dire “ti avrei mai più rivisto”, mentre lui la guardava interrogativo.

«Non credevo che mi accompagnassi tu alla villa». Disse terminando la frase, impacciata.

«Oh no, ti è andata molto peggio di così. Starò con te per tutto il tempo: sarò io ad aiutarti a entrare nel tuo nuovo mondo». Rispose Aidan, facendole l’occhiolino.

La bocca dello stomaco di Celine si strinse, e si sentì irragionevolmente contenta. Fino a pochi minuti prima stava per piangere, e ora avrebbe voluto danzare, al punto da non rendersi conto di essere rimasta ferma a fissarlo come una statua di sale.

«Senti, se non ti va basta dirlo. Io pensavo che ti saresti sentita più a tuo agio conoscendomi già, ma se la mia compagnia è un tale shock Erskine troverà di sicuro qualcun altro». Disse Aidan secco, incrociando le braccia sul petto.

«No, va benissimo, grazie!» Rispose svelta Celine. Stare dietro ai suoi sbalzi d’umore le avrebbe di certo causato forti emicranie, e cominciava a chiedersi se questo bellissimo ragazzo non soffrisse di una sindrome da personalità multipla.

«Quindi perché quell’espressione sconvolta?» Domandò Aidan curioso.

Fu una fortuna che lui avesse nominato Erskine: Celine prese la palla al balzo.

«Nulla, mi aspettavo qualcuno di anziano». Disse, stringendosi nelle spalle.

Celine fu salvata dall’imbarazzo poiché lui non fece altre domande, soddisfatto dalla sua spiegazione. Voltandosi, aprì la portiera di una macchina nera e lucida dall’aria costosa.

«Sali» disse secco «Il Maestro ha dato questo incarico a me perché sono il più bravo e posso fare a meno di allenarmi per un po’» caricò un borsone nel bagagliaio e si mise alla guida.

Celine non parlava mai molto, ma ora non sarebbe riuscita ad aprire bocca nemmeno se avesse voluto. La feriva che lui si fosse sentito in dovere di specificare che stava solo eseguendo un compito che gli era stato assegnato. Ogni tanto lo guardava di sottecchi ma lui, concentrato sulla guida, pareva non prestarle attenzione.

La notte stava molto lentamente cedendo il passo al giorno, tuttavia nell’abitacolo era ancora buio, al punto che poteva vedere di profilo le lunghe ciglia bionde di Aidan. Si sorprese a pensare che le sarebbe piaciuto toccarle. Quell’espressione sempre tesa e beffarda, che manteneva costantemente, ora non c’era più: pareva che guidare lungo la strada di campagna, tra curve e tornanti, lo divertisse, visto come sorrideva mentre la strada scorreva velocissima.

Celine si costrinse a non guardare il contachilometri o era certa che si sarebbe spaventata a morte. E poi non riusciva a distogliere gli occhi da lui… Imboccarono un tunnel, e immediatamente dopo percepì come un’ombra, uno sbuffo di fumo che passò accanto al suo finestrino per poi sparire.

«Aidan! Cos’è stato?» Domandò spaventata.

«Cos’è stato cosa?» Chiese lui perplesso.

Celine non fece in tempo a rispondere: tutto quello che stava per dire le morì in gola.

Sul cofano della macchina c’era un uomo. O meglio, sembrava un uomo, ma s’intuiva chiaramente che le sue vesti erano sospese sul nulla. Portava grossi guanti di pelle nera e stivali anch’essi neri, e aveva una veste con mantello e cappuccio di cui Celine non sapeva definire il colore: sembrava fatta di ombre, di tutto e di nulla. Il volto che sarebbe dovuto apparire sotto il cappuccio era solo un buco nero, ma nonostante tutto Celine avvertiva chiaramente lo sguardo del mostro su di sé.

Il suo sogghignare raschiante riempiva l’abitacolo della macchina nonostante i finestrini chiusi, facendolo sembrava un ragno che osserva la preda dibattersi nella tela, mentre con gioia ingorda le si avvicina poco alla volta per mangiarla, prolungando l’agonia e il terrore della controparte.

Tutte queste riflessioni si persero in un urlo lacerante che scaturì dalla sua bocca senza che riuscisse a trattenerlo: quella creatura la terrorizzava. Aidan frenò di colpo e l’essere volò via ruzzolando, poi si voltò verso di lei in maniera fulminea.

«Stai bene?» Chiese preoccupato, prendendole il viso tra le mani per osservarla meglio.

Celine era talmente spaventata da non riuscire a rispondere, la vista di quell’essere l’aveva paralizzata. Solo il viso di Aidan così vicino al suo parve riscuoterla.

«Sono solo spaventata, ma non mi sono fatta niente». Rispose a fatica.

Aidan la lasciò andare e concentrò la sua attenzione sull’essere spiandolo attraverso il parabrezza.

«Stai in macchina, ci penso io». Disse, scendendo rapido e chiudendo la portiera.

Iniziò a camminare dirigendosi verso l’essere accartocciato sull’asfalto. Inizialmente Celine pensò che volesse controllare se era morto e farlo semplicemente sparire, poi con disgusto si accorse che il mostro si muoveva e si stava rialzando.

«Un po’ presto per morire.» Lo canzonò Aidan.

«Dammi la ragazza e non sarai tu quello che morirà oggi». Disse l’essere.

La sua voce era arrocchita al punto da sembrare più un raschiare convulso, ed era intrisa di malignità.

«Beh la ragazza è qui. Vieni a prenderla, se la vuoi così tanto». Rispose Aidan facendogli cenno di avvicinarsi con la mano.

L’essere non se lo fece ripetere, e caricò Aidan come un ariete. Celine temette quasi che gli sarebbe piombato addosso schiacciandolo.

«Claidheamh çhenney » invocò Aidan: nella mano gli apparve una spada infuocata, e saltò con un’elevazione tale che il mostro gli passò sotto.

Con orrore di Celine si diresse verso di lei con furia cieca.

«Gàrradh teintean» urlò Aidan, ed una barriera infuocata arrestò il mostro che volse nuovamente l’attenzione verso di lui.

«Lurido laoch, questi giochetti da piromane mi fanno solo sprecare tempo. Ora dovrò anche occuparmi di ucciderti». Lo minacciò ghignando.

Aidan, contrariamente a quanto si sarebbe aspettata Celine, sorrideva e sembrava perfettamente a suo agio. Come se lo scontro con quell’essere gli desse soddisfazione, mentre dai palmi delle sue mani scaturivano fiamme.

«Vieni da me, sgiobair dubhar ». Disse, invitando il mostro a farsi avanti.

Celine dietro il muro di fiamme non riusciva quasi più a vedere nulla. Sembrava che tutto accadesse troppo rapidamente per i suoi occhi, ed era spaventata. Non capiva chi stesse avendo la meglio, se Aidan o quell’essere orribile, e non poteva restare in macchina a nascondersi mentre Aidan rischiava la sua vita per lei.

Le fiamme le impedivano di oltrepassare lo spazio che la separava dalla battaglia: ne percorse più volte avanti e indietro il perimetro per vedere se trovava una falla, ma il fuoco si ergeva alto per tutta la sua lunghezza e lei non aveva modo di attraversarlo.

Il desiderio di sapere come stessero andando le cose divenne struggente: il mostro la spaventava, ma la paura che potesse fare del male ad Aidan era di gran lunga più grande.

La pervase una strana sensazione. Era come se dentro di lei sapesse che poteva fare di quel fuoco ciò che voleva. Chiuse gli occhi e si concentrò desiderando con tutta se stessa che le fiamme si spegnessero. Quando riaprì gli occhi, venne colta dallo sconcerto più assoluto: il muro di fiamme era scomparso.

Ciò che vide la lasciò impietrita, la creatura aveva preso Aidan per il collo e lo strattonava violentemente. Nonostante tutto lui non urlava, non invocava aiuto, e anzi sembrava tranquillo. Poi Celine notò con orrore che in realtà il mostro lo stava sbatacchiando a peso morto; Aidan doveva essere svenuto.

Ciò che accadde dopo sembrò svolgersi al rallentatore. L’essere portò il viso di Aidan alla sua stessa altezza, e Celine avvertì un disgusto enorme crescere dentro senza capirne il perché. Sembrava che quella cosa volesse sussurrargli qualcosa di intimo, avvertiva la sua voce raschiante che bisbigliava. Pensò che di lì a poco Aidan sarebbe morto davanti ai suoi occhi, e stava per mettersi a correre verso di loro. Non sapeva cosa avrebbe fatto, ma forse, se si fosse offerta al mostro, questo avrebbe lasciato andare Aidan. Si fermò notando un bagliore improvviso.

Nella mano di Aidan c’era di nuovo la spada di fuoco. Il mostro, troppo certo, di avercela ormai fatta, non si era nemmeno accorto che lui non era svenuto ma fingeva: si era fatto ingannare dalla calma imperturbabile di Aidan, proprio come lei.

Lo vide infilzare la spada nel corpo di quell’essere dal basso verso l’alto, con un colpo secco e deciso, trafiggendolo. Vi fu un lampo di luce rossastra fortissimo e poi l’essere implose.

Aidan fu scagliato a terra e batté violentemente la schiena. Celine corse da lui urlando, e stava per chinarsi quando vide che si apprestava ad alzarsi. Sembrava scosso e dolorante, ma in buone condizioni .

«Ti avevo detto di restare in macchina». La sgridò, guardandosi intorno stupito.

«Il muro di fiamme si è estinto, devo aver perso il controllo quando mi sbatacchiava».

Celine si diede della sciocca per aver pensato di essere stata lei, era ovvio che la concentrazione di Aidan, mentre veniva sbattuto come un tappeto, doveva aver ceduto. Notò che si era già incamminato verso la macchina, e lo afferrò per un braccio pentendosi subito del gesto, visto il fastidio del ragazzo nell’essere toccato. Quando lui la guardò, però, non c’era niente nei suoi occhi che facesse pensare a uno scatto di rabbia.

«Cos’era quell’essere? La creatura a casa mia era disgustosa, ma questo era enorme ed era mille volte peggio». Chiese facendosi coraggio.

Aidan le posò l’altra mano sulla spalla, come a infonderle coraggio.

«Era uno sgiobair dubhar, uno dei capitani a comando dei battaglioni dei guerrieri d’ombra. È un fatto assai strano che sapesse dove trovarci, e che volesse te». Rispose fissandola serio.

Non c’era traccia di scherno nel suo viso: non stava scherzando, il fatto lo preoccupava seriamente.

«Non ne ho mai affrontato uno da solo, di solito ci vogliono almeno quattro di noi per riuscire ad abbatterli. Ho usato l’unica arma a mia disposizione, l’astuzia, fingendomi mezzo morto. Sealbhan an cuideachd nan treun». Disse strizzandole l’occhio.

Celine lo guardò confusa, non avendo la minima idea di cosa avesse detto.

«Ho detto: la fortuna aiuta gli audaci. Scusa, a volte dimentico che ancora non puoi comprendermi». Spiegò, traducendole il significato delle parole in quella strana lingua che spesso citava.

«Abbiamo corso un terribile pericolo, ma è importante che io avvisi subito Erskine di quanto accaduto. Questa cosa non mi torna. Andiamo in macchina, così potrai sederti: sei terribilmente pallida». Disse con evidente preoccupazione.

L’accompagnò fino al posto del passeggero tenendola tra le braccia, come se fosse stata lei a essere stata sbatacchiata di qua e di là. Nonostante avesse corso il rischio di morire a causa sua, non sembrava per niente arrabbiato: preoccupato, forse, ma non per se stesso. Per lei.

A dispetto di queste riflessioni la sensazione più strana che Celine provò era quella di sentirsi incredibilmente protetta. Le sembrò che in quel momento niente potesse toccarla, era come essere a casa. Si sedette al suo posto in balia di quei pensieri finché non sentì sbattere la portiera dall’altra parte.

Aidan prese il cellulare e chiamò Erskine. Gli spiegò dettagliatamente cos’era accaduto e ne seguì un fiume di domande: la cosa che preoccupava di più entrambi pareva essere che quella creatura sapesse chi cercare, dove e soprattutto che non voleva lo scontro. Se avesse potuto prenderla se ne sarebbe andato con lei ignorando Aidan: non sapevano spiegarsi quell’interesse diretto, e la cosa li turbava non poco.

Conclusa la telefonata Aidan, se possibile, sembrava più scosso di prima, anche se non voleva darlo a vedere. Rimise in moto, ma stavolta Celine non riuscì a tenersi per sé i pensieri che le affollavano la mente.

«Quell’essere avrebbe potuto ucciderti». Disse tutto di getto.

«Come vedi non l’ha fatto». Rispose lui beffardo, di nuovo l’Aidan pungente di sempre.

«Che cosa voleva da me?» Chiese, determinata a non lasciarsi raggirare dal suo sarcasmo.

«Non lo so, ed è questo che mi preoccupa maggiormente. Deve averti visto qualcun altro ieri in quel giardino, altrimenti non mi spiego questo interesse, e non ho idea di come facesse a sapere dove trovarci. Probabilmente siamo stati seguiti fin dall’inizio».

S’interruppe, riflettendo se dirle tutto o meno, poi riprese.

«Erskine, Murchadh e Brian ora controlleranno intorno alla Divisione per vedere se ci sono altre creature di guardia e ci faranno sapere, non temere».

Celine però non aveva esaurito le domande.

«Non ti ho visto armi addosso, né prima, né dopo l’attacco. Dove le tenevi?»

Aidan fece un mezzo sorriso.

«Dimentico sempre che sai così poco di noi. Non esistono armi fatte dall’uomo o da noi che possano fare effetto su nessuna di quelle creature. Evoco le armi con i miei poteri, imparerai anche tu» Affermò, scrollando le spalle con noncuranza.

«E come hai fatto a farlo esplodere?» Chiese Celine avida d’informazioni.

«Non è esatto dire che sia esploso: è imploso. Quegli esseri, al posto del cuore, hanno semplicemente una massa d’energia del Vuoto che li mantiene in vita. Affondando una delle nostre armi all’interno di quella cavità riempiamo uno spazio che non è atto a contenere nulla oltre il vuoto stesso, e di conseguenza esplodono da dentro tramutandosi in nebbia». Rispose Aidan soddisfando la sua curiosità senza riserve.

«E’ stato irresponsabile affrontarlo da solo. Avresti dovuto permettermi di aiutarti». Disse Celine con veemenza .

«Eri come un coniglietto spaventato di fronte a un leone. Non avrei potuto permetterti di avvicinarti a quella creatura, e poi stranamente non voleva ucciderti. Intendeva solo portarti via».

Aidan la guardò cercando di leggere se vi fosse paura nel suo sguardo, ma evidentemente non ne trovò e si convinse a continuare.

«Non potevo permettere che ti toccasse. Sarebbe sparito con te, era troppo rischioso lasciarti avvicinare a lui. Non saresti stata comunque in grado di aiutarmi, e avresti solo rischiato di farti uccidere. Questo mi ricorda che sei venuta vicino a me quando ti avevo detto di restare in macchina. Se non farai ciò che ti dico, ci metterai in pericolo molto più di quanto immagini». Le disse serio ammonendola.

Celine si sentì come una bambina capricciosa e tacque, e forse Aidan colse la delusione nel suo sguardo perché tentò di rincuorarla.

«Quando sarai consapevole di cosa puoi fare non sarai più lasciata indietro, Celine, ma adesso non mettere a repentaglio la tua vita». Disse, con sorprendente dolcezza nella voce.

Arrestò la macchina poco dopo, Celine si guardò intorno: erano arrivati a destinazione senza che se ne accorgesse. Di nuovo.

Non aveva minimamente badato alla strada che percorrevano: prima si era persa a fissare Aidan e poi, dopo l’attacco del mostro, la sua attenzione era stata risucchiata dalle risposte alle sue domande.

Erano troppe cose in pochissimo tempo, ma nonostante fosse appena piombata in questa sua nuova vita, Celine se ne sentiva totalmente assorbita.

FINE DELL’ESTRATTO

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