Estratto ~ Il mondo che non vedi ~ Capitolo 3 ~ L’incontro

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C’era una ragazza con le mani infossate nella terra, che piangeva cantando nella loro lingua antica.

«Gun duilleag frém fraue blātu blàthan duillean fraueyn». Invocava, emanando una luce fortissima.

Aidan fu abbagliato dalla bellezza di quel volto: i lunghissimi capelli, nella tarda luce di novembre, avevano tutte le sfumature del sole quando s’infuoca. Sembravano non un insieme, ma un’infinità di minuscole ciocche, tutte di un colore differente. Non poteva vederle gli occhi perché stretti a fessura; le membra erano lunghe, aggraziate e flessuose, ma la ragazza conservava comunque delle curve pronunciate, nascoste dagli orribili abiti da umani che indossava. Il naso era piccolo, la carnagione chiarissima, quasi eterea, e le labbra, delicate ma con una forma ben disegnata, sembravano un piccolo cuore. Le sue gote erano arrossate dal pianto.

Era talmente incantato a guardare questa strana creatura del suo popolo che per poco non percepì il cambiamento che stava avvenendo, poi la magia della Terra fece il suo corso.

L’erba iniziò ad assumere un colore tenue, come quella appena spuntata in primavera; il rampicante secco iniziò a rinverdire e ad allungarsi, e in breve tutte le colonne del piccolo chiostro erano avvolte da minuscoli boccioli di rosa. L’odore emanato quasi stordiva. Iniziarono a spuntare anche i rampicanti d’edera dai vasi appesi lì attorno, e il tutto sembrava avvolto da una luce bianca e calda.

Aidan non capiva chi fosse quella ragazza: non la conosceva, né la aspettavano in visita da loro. Voleva parlarle, ma si sentiva quasi inopportuno a interrompere un momento così intimo: anche se in apparenza era solo come guardare una normalissima Custode della Terra che giocava con il suo elemento, gli sembrava che lei stesse facendo qualcosa di molto più riservato.

A un tratto la sconosciuta alzò gli occhi guardandosi intorno, e Aidan seppe immediatamente due cose. La prima era che occhi grigi come quelli, quasi bianchi, non li avrebbe mai più rivisti da nessuna parte: erano come il cielo quando stava per nevicare, come la nebbia del mattino, fredda e densa. La seconda cosa di cui si rese conto, con estremo stupore, era che lei non lo vedeva. Certo lui non era in forma corporea, aveva fluttuato lì come cenere, e come cenere fluttuante restava, ma la sconosciuta di fronte a lui avrebbe dovuto vedere quel fenomeno a occhio nudo e sapere che dietro c’era un altro membro del suo popolo. Una studiosa particolarmente dotata avrebbe anche potuto vedere direttamente le sue fattezze in mezzo a quel vortice, ma lei non lo percepiva. Aidan era sconvolto: non riusciva a credere che una degli inops potesse essere in grado di fare quello che aveva fatto quella ragazza, ma al contempo era impossibile che una del suo popolo non percepisse la sua presenza.

La ragazza alzatasi in piedi si guardava attorno sconvolta. Sembrava convinta di essere vittima di un’allucinazione: il chiostro da secco e tetro era divenuto bellissimo, ma lei fissava il tutto come se le fosse totalmente alieno, come se fosse inconsapevole di essere l’artefice di quel cambiamento. Evidentemente il suo sconcerto crebbe.

«Chi sei? Cos’è questa dannata luce? Che cos’hai fatto, nel giardino di mia madre?» Urlò spaventata.

Aidan era stato quasi sul punto di rivelarsi, quando comprese con assoluta certezza che la ragazza non si rivolgeva a lui, poiché inveiva contro una colonna del chiostro dandogli le spalle. Si preoccupò poiché sembrava terrorizzata, ed era evidente che non avesse la minima percezione di cos’aveva fatto. A un certo punto la vide lasciarsi cadere a terra, come se fosse esausta.

Era sconvolto per la scena che gli si parava davanti, ma la cosa per lui più sconcertante era la sua preoccupazione per la ragazza. Nemmeno la conosceva, eppure sentiva il bisogno di andare lì a rassicurarla: non si rese nemmeno conto di aver preso forma corporea avvicinandosi a lei, poi i suoi occhi lo colpirono come due fanali, sgranati, come se avesse visto un fantasma. Aidan si smaterializzò all’istante in un altro angolo della proprietà.

greca

C’era un ragazzo, Celine ne era sicura. Tra le lacrime aveva alzato lo sguardo, e aveva visto un viso bellissimo che la fissava come se lei fosse stata la sua più grande preoccupazione al mondo.

Pensò di essere seriamente sul punto d’impazzire: un battito di ciglia ed era sola, ma non poteva scordare quel volto. Pensò di avere le allucinazioni e aver visto un angelo.

Il ragazzo che aveva creduto di vedere non le era sembrato molto più grande di lei.

Gli occhi erano meravigliosi: blu come la laguna di notte, luminosi, e dallo sguardo fiero; le sue labbra carnose; i tratti del volto aggraziati, ma con la giusta spigolosità a fare da contrasto, un volto etereo e duro al contempo. I capelli erano fili d’oro, di un biondo quasi evanescente, e sembravano più un’aura di luce, lunghi quasi fino alle spalle con il ciuffo più corto che scendeva a coprire parzialmente il viso. Portava abiti strani ai suoi occhi, era sicura fossero scuri, con dei dettagli rossi e arancioni. Un completo pantaloni e maglietta molto ampio di uno strano tessuto lucente e un mantello. Purtroppo il viso aveva catturato tutta la sua attenzione, e gli altri dettagli erano completamente sfocati. Non era nemmeno sicura che fosse esistito veramente. Era un’apparizione in tutto e per tutto, e mai al mondo avrebbe potuto incontrare un altro ragazzo come lui, difatti era scomparso.

Per la prima volta nella vita sperimentò quella che, stando a tutti i libri che aveva letto, doveva essere l’attrazione. A pari merito con tutte le stranezze della sua vita, ovviamente, si era sentita attratta per la prima volta da qualcuno che non esisteva, e la cosa le procurò una certa tristezza. Avrebbe dato qualunque cosa per rivedere quel volto anche pochi attimi, per imprimerselo meglio nella memoria. Si sgridò severamente per quel pensiero: lei aveva Matteo, come poteva essere attratta da altri ragazzi?

La luce si stava affievolendo. Ormai era tardo pomeriggio, ma Celine non riusciva a staccarsi da quel luogo, convinta che, da un momento all’altro, tutti i fiori e le piante sarebbero scomparsi e che avrebbe rivisto il chiostro nello stato di prostrazione in cui lo aveva trovato al suo arrivo. Tutto, però, restava immutato: aveva toccato le foglie, i petali, si era persino punta con le spine delle rose con l’intento di accertarsi che fossero reali. Nonostante la sua incredulità, nulla cambiava.

Quando decise di tornare a casa fu più per le scuse che avrebbe dovuto inventare che per il desiderio di tornare. Non poteva certo andare da Matteo e dirgli che all’improvviso era rifiorito il giardino della villa, o che le era sembrato di vedere un ragazzo bellissimo che poi era scomparso. Soprattutto era sicuramente meglio omettere la parte riguardante il ragazzo bellissimo: Matteo non le aveva mai fatto scenate di gelosia, ma d’altro canto non ce ne sarebbe stato motivo, visto che lei non usciva mai. Però, anche considerata la sua scarsa esperienza in amore, era certa che non avrebbe gradito che gli dicesse che s’immaginava di vedere bellissimi ragazzi biondi.

La sua vita non era mai stata normale, a partire proprio dalla sua famiglia, rifletté Celine perdendosi nei suoi pensieri.

Si definiva senza radici, non sapendo neppure con precisione dov’era nata. Era poi stata adottata da una coppia anziana che non poteva avere figli. Non aveva mai potuto apprezzare la compagnia di un fratello o di una sorella e, anche se i suoi genitori adottivi la trattavano molto bene, per lei erano dei nonni, visto lo stacco generazionale.

Nonostante le avessero rivelato le sue vere origini quando era stata abbastanza grande da capire cosa volesse dire la parola “adozione”, avevano sempre dimostrato di amarla come se fosse stata loro figlia. La cosa strana era che quasi tutti pensavano fosse davvero loro figlia, ed erano stati molto insistenti sul fatto che non doveva dire la verità in giro.

Mentre era sulla barca diretta a casa, nella luce del tramonto, si sforzò di scacciare dalla mente il pensiero dei suoi genitori: il modo in cui erano morti la tormentava, e soprattutto la affliggeva il pensiero di quello che le avrebbe rivelato sua madre se non fosse morta quella notte.

Giunta nei pressi di Piazza San Marco si accorse che era quasi buio, e si affrettò a dirigersi verso casa, anche se in quel momento avrebbe desiderato solo stare sola. Quella sera le pesava particolarmente rincasare, ed era tutta colpa di quello che era successo al chiostro e di quel ragazzo che l’era sembrato di vedere.

Durante il pomeriggio aveva sentito delle voci che le parlavano, dopo aveva visto mutare il giardino della villa da morto a rigoglioso e, come se non fosse stato abbastanza, immaginava persino di aver visto un ragazzo, mentre l’unico a cui avrebbe dovuto pensare era Matteo, che probabilmente di lì a breve avrebbe iniziato a chiedersi come mai tardasse tanto. Persa nei suoi pensieri, procedette verso casa Sartor tagliando attraverso calli e viottoli, che per un turista avrebbe voluto dire perdersi nei meandri di Venezia, specialmente al buio. Le calli di Venezia per lei, invece, erano come tanti piccoli segreti da svelare. Amava vagare per quelle viuzze caratteristiche, che sembravano tutte uguali ma erano tutte diverse. Un portone, una persiana, un gradino, una mattonella della pavimentazione, bastava poco. Ognuna aveva la sua caratteristica, e lei le aveva scoperte tutte. Villa Vendramin a volte le mancava, perché la quiete del Lido era ben differente dal vivere nel centro di Venezia, ma anche la posizione di casa di Matteo non le dispiaceva. A volte si perdeva a osservare dalla finestra le piccole barchette ormeggiate sotto, o la gente che sostava a scattarsi le foto sul ponticello che permetteva di attraversare il piccolo canale da una sponda all’altra.

Proseguiva a passo svelto. Tra le ombre della sera si sentiva ancora il vociare di qualche gondoliere che cercava di attirare gli ultimi turisti, e si lasciò sfuggire un sorriso. Ma fu di breve durata, perché più si avvicinava a casa Sartor e più i suoi pensieri erano agitati.

Da quando si era trasferita da Matteo il loro rapporto aveva preso una piega più complicata, e quel giorno più che mai si chiese se avesse fatto davvero bene ad accettare di andare a vivere con lui e sua madre: non riusciva a smettere di pensare di essere stata molto più felice quando Matteo era un semplice amico che la raggiungeva per passare il pomeriggio con lei nel giardino della sua villa, piuttosto che adesso. Non capiva come mai la sua mente quel giorno continuasse a farle mettere in discussione la sua vita, ma non poté fare a meno di soffermarsi a pensare alla facilità con cui aveva ceduto, permettendo che un’amicizia per lei fraterna si trasformasse in una storia d’amore. I ricordi la travolsero nuovamente.

Una sera, mentre erano sul letto impegnati in una partita alla Playstation, poco prima che riprendesse la scuola, Matteo l’aveva baciata.

«Ti avevo detto che quando avrei voluto una ragazza lo avresti saputo». Le aveva detto, senza darle il tempo di parlare e riiniziando a baciarla.

Lei non si era ritratta, anche se le sembrava sbagliato. Infatti, da quando era andata a vivere lì, sentiva ancora di più Matteo come il fratello che aveva sempre desiderato. Ma in fondo cosa ne sapeva lei di sentimenti ed emozioni? Lei, che era sempre sola, come poteva, solo basandosi sui libri che leggeva, dire che non sentiva quello che avrebbe dovuto? Dopo tutto, Matteo era l’unica persona che non la considerasse strana perché la sua passione non erano i saldi, o perché spesso preferisse stare in casa da sola a leggere piuttosto che andare a ballare. In fondo lui le voleva bene, e poteva fidarsi di lui, e lei anche gli voleva bene: era una delle poche persone di cui le importasse davvero.

Le restava solo Mercurio, il suo gatto, come paragone sentimentale, e di certo non poteva metterlo sulla stessa bilancia dell’amore. Per assurdo che potesse sembrare, non aveva mai preso una cotta per nessuno. Sentiva spesso le sue compagne bisbigliare quando passava il ragazzo che era oggetto delle loro fantasie, o le commesse del negozio quando qualche ragazzo attraente accompagnava la fidanzata nello shopping: lei però non era minimamente interessata, e non aveva mai provato il batticuore di cui sentiva tanto parlare. Probabilmente era strana anche in quello, forse era davvero in grado di amare solo il gatto. Mercurio almeno non la giudicava e la amava per quella che era: la vedeva in pigiama e non era mai scappato, e per di più non gli importava per niente se la borsa e le scarpe non erano in tinta, se lei era in sovrappeso o se spesso era silenziosa. A lui bastavano un posto sul letto e la ciotola piena, ed era felice di starle accanto nel loro silenzio.

Arrivò a casa stravolta e scarmigliata. Matteo si stava mettendo la giacca quando lei entrò, e la accolse con un sorriso andandole incontro per baciarla. Celine si sentì infastidita e se ne vergognò molto, non capendo perché dovesse darle fastidio che l’unica persona che le voleva bene l’abbracciasse.

«Cos’hai Celine? Sembri tesa». Chiese Matteo, fissandola con attenzione.

«La direttrice del negozio ha deciso di lasciarmi a casa, perché per il periodo natalizio hanno bisogno di personale specializzato». Mentì Celine.

In quel momento non le andava di ripercorrere l’umiliazione che aveva subito, e aveva paura che rivivendola si sarebbe scatenata nuovamente dentro di lei quella strana furia che l’aveva assalita nel pomeriggio.

«E perché tu non vai bene? Hai fatto talmente tanto straordinario che sei rimasta indietro con tutte le materie. Sul serio Celine, perché non le hai detto che l’avresti denunciata?». Domandò indignato Matteo.

«Perché intanto fa lo stesso. Probabilmente non vogliono una ragazzina in una boutique. Non ti preoccupare, troverò un posto in un bar o qualcos’altro». Rispose Celine, cercando di cambiare argomento.

«Non mi preoccupo per i soldi. Sai benissimo che lavorare è stata una scelta tua: mia madre sarebbe felicissima se la smettessi e ti dedicassi solo allo studio». La rassicurò Matteo, che continuava a battere su quel tasto appena ne aveva l’occasione.

«Io invece non lo sarei per nulla. Tua madre è stata buona ad accogliermi in casa vostra e a prendersi cura di me, però non sarebbe giusto se rimanessi in panciolle fino al diploma, io non sono sua figlia e non voglio approfittare di lei». S’irritò Celine.

«Senti, sai cosa facciamo? Stanotte mamma fa il turno di notte in ospedale. Puoi venire nella mia stanza, e ci guardiamo i film tutta la notte, tanto domani è domenica. Cercherò di tornare prima da calcetto, così passeremo più tempo insieme tu ed io! Altrimenti, se vuoi, posso rimanere a casa!» Disse Matteo interrompendo la sua tirata con un rapido cambio d’argomento.

Celine non si sentiva attratta dall’idea di perdere la sua serata di solitudine, e poi voleva rimuginare su quello che era successo e su quello che aveva visto. Non aveva minimamente voglia che Matteo le stesse attorno tutta la sera.

«No, vai pure a divertirti. Farò un bagno per rilassarmi, e ti aspetterò». Si affrettò a rispondere.

«Sei sicura?» Provò a insistere Matteo «Lo sai che tengo più a stare con te che alle partite, non mi costa niente telefonare e dire che non vado».

«Certo, sono sicura. Ho un libro in sospeso, e poi già passi tutto il tuo tempo con me. Divertiti con i tuoi amici». Rispose Celine rassicurante.

«Va bene dolcezza. Tornerò il prima possibile». Disse Matteo, mettendosi la borsa in spalla. Ripensandoci, la lasciò cadere e andò verso Celine.

La cinse in un abbraccio soffocante, premendo con forza le sue labbra sulle sue, schiudendogliele quasi subito per trasformare il bacio in qualcosa di più profondo.

Celine attese l’eccitazione, la voglia di rispondere al bacio, ma si sentiva come un automa e contro la sua volontà si trovò a chiedersi se sarebbe stato lo stesso anche con il ragazzo biondo che aveva intravisto quel pomeriggio. Scacciò subito dalla mente quell’immagine: non era giusto pensare a uno sconosciuto mentre il suo ragazzo la baciava.

Matteo prolungava il bacio totalmente ignaro della sua assenza, le mani che le accarezzavano languidamente i fianchi, e Celine iniziò a sentirsi in imbarazzo. Voleva che smettesse, ma ultimamente sembrava sempre più determinato a spingersi più in là. Lei non sapeva come fare a posporre ulteriormente la cosa. Non se la sentiva di abbandonarsi a un livello più intimo. C’era qualcosa che la bloccava e la mandava in panico, e si sentiva già abbastanza impietrita con i baci: immaginare di spingersi oltre la terrorizzava.

In quel momento era certa che, se anche lei lo avesse voluto, Matteo avrebbe dimenticato la partita, avrebbe scordato di avvertire gli amici e l’avrebbe trascinata in camera sua, ma la verità era che lei non voleva. Desiderava solo sciogliere quell’abbraccio troppo invadente e scostarsi da quelle labbra che divoravano fameliche le sue: solo, ignorava come fare senza ferirlo.

Fortunatamente la suoneria del cellulare di Matteo riempì la stanza, e Celine ebbe un pretesto per staccarsi da lui.

«Mi sa che ti stanno aspettando». Disse, indicando con lo sguardo il telefono che dalla tasca della giacca sparava a tutto volume l’ultimo successo in voga nelle discoteche.

«Ah, hanno sempre un tempismo perfetto». Disse Matteo un po’ seccato, poi, però finalmente rispose al telefono e si mise la borsa in spalla.

greca

Aidan, sempre nascondendosi, aveva atteso che la ragazza se ne andasse. Non sapeva cosa fare. Certo era andato lì per verificare cosa stesse accadendo, e avrebbe voluto palesarsi per ricordare a quella Custode indisciplinata che non si poteva giocare con il proprio elemento e interferire con le proprietà degli umani, anche se abbandonate, ma poi lo strano comportamento di lei lo aveva bloccato.

Era evidente che non si rendesse neppure conto di cosa aveva fatto e soprattutto che non lo vedeva. Non lo percepiva neppure, a parte quando come uno sciocco aveva perso la concentrazione e si era mostrato.

Dopo essersi smaterializzato dall’altro capo della villa, era tornato a spiarla e i suoi sospetti iniziali erano stati confermati. La ragazza continuava a toccare fiori e piante per sincerarsi che fossero veri e si guardava attorno sconvolta. La luce che emanava si era assopita ma nonostante tutto era chiaro che avesse dei poteri legati alla Terra, molto forti, anche se non ne sembrava minimamente consapevole.

Possibile che fosse una Custode che, a seguito di uno scontro con le schiere di Fàs, era rimasta ferita e aveva perso alcune facoltà mentali?

Deciso a rintracciarla e tenerla d’occhio, aveva perlustrato il chiostro alla ricerca di un capello o qualsiasi altra cosa che potesse permettergli di rintracciarla usando i loro sistemi.

Chinandosi tra l’erba, dove la ragazza era stata a lungo in ginocchio, aveva intravisto un bagliore e scostando i teneri germogli aveva trovato un orecchino. Doveva averlo perso lei, e presto lo avrebbe scoperto con certezza. Senza perdere altro tempo era tornato di volata alla Divisione.

Brian era ancora davanti alla consolle, ma stavolta lo vide arrivare.

«Allora, hai trovato qualcosa?» Gli chiese scrutandolo.

«Te lo racconterei volentieri, ma vado di corsa. Possiamo dedicare un secondo a rintracciare la proprietaria di quest’orecchino? Poi andrò dritto da Erskine». Rispose Aidan, sbrigativo.

«Ehi, sono qui ad annoiarmi da tutto il giorno! Almeno potresti raccontarmi qualcosina se vuoi una mano con il localizzatore». Lo rimbeccò Brian.

«D’accordo, mettiti all’opera visto che sei più bravo, ed io racconto». Rispose Aidan, che aveva fretta di scoprire chi fosse la misteriosa ragazza.

Così, mentre Brian faceva volare le dita sul tastierino della consolle di localizzazione, Aidan raccontò lo strano incontro.

«Sembra interessante, chissà cosa dirà Erskine». Rispose mentre attendevano i risultati.

«Sì, beh, è stata un’esperienza singolare. Voglio solo accertarmi di chi possa essere la persona con cui abbiamo a che fare…» Attaccò Aidan, interrompendosi quando la consolle emise un forte segnale a indicare che la ricerca era conclusa.

«Bene, vediamo chi è questa misteriosa ragazza». Scherzò Brian.

Il risultato che ne venne fuori fu per loro, se possibile, ancora più sconcertante. Aidan stampò rapidamente tutto il materiale che lui e Brian avevano raccolto e corse da Erskine. Finalmente la misteriosa ragazza aveva un nome. Celine Vendramin.

Quando irruppe nuovamente nello studio senza bussare Erskine lo fissò contrariato, ma non disse nulla attendendo che gli facesse rapporto su quanto aveva scoperto.

Purtroppo sembrava restio a credergli.

«E tu vorresti dirmi che questa Celine, che a quanto vedo dai file che mi hai portato è una semplice umana, ha sempre vissuto da umana e di cui fino a ieri non sapevamo nulla, sia una Custode? Come pensi abbia fatto in tutti questi anni a mascherare il suo potere agli umani? Lo sai che di solito il potere si risveglia molto prima. Hai intenzione di portare un’umana qui dentro con questa scusa?» Chiese alla fine sospettoso.

Aidan si chiese nuovamente perché Erskine fosse così fissato con questa storia delle ragazze: certo non era un santo, ma non era stupido e non avrebbe mai messo la sicurezza della Divisione dopo il suo divertimento personale.

«Maestro» iniziò con deferenza «non m’inventerei certo una cosa del genere. Ti assicuro che la ragazza che ho visto oggi pomeriggio aveva un potere fortissimo: solo infilando le mani nella terra ha fatto rifiorire in pochi secondi un giardino arido e secco. La cosa più strabiliante è che invocava la Terra e la crescita di piante e fiori nella nostra lingua antica e non se ne rendeva nemmeno conto. Quando ha aperto gli occhi e ha visto il cambiamento era spaventata e sconvolta. Temo per la sua incolumità, potrebbe pensare di essere impazzita, o farsi notare da qualcuno». Disse con determinazione, cercando di convincere Erskine.

«C’è stato un attacco mentre eri via e Mavourneen è andata con gli altri. Non ho nessuna risorsa femminile da mandarle, rimanderemo a domani. Sono certo che una notte in più nella casa in cui ha sempre vissuto non le farà male». Tentò di rabbonirlo il Maestro.

«E se lo raccontasse a qualcuno? Se si convincesse di essere impazzita e facesse qualche sciocchezza?» Chiese Aidan con insistenza.

Non sapeva nemmeno lui perché voleva impegolarsi a tutti i costi con questa faccenda. Aidan non era tipo da incarichi di protezione e accompagnamento, ma quella ragazza aveva suscitato qualcosa in lui, qualcosa che non era disposto ad ammettere nemmeno con se stesso.

«Aidan, ti lascerò occuparti di questo problema, ma prega per te che sia davvero una di noi, oppure ti requisirò il talismano e andrai per un mese ad aiutare le tessitrici, mi sono spiegato?» Domandò Erskine, seccato dalla sua insistenza.

«Certo, Maestro». Si limitò a rispondere Aidan, imboccando la porta prima che Erskine potesse cambiare idea.

Adesso raggiungere Celine era la sua priorità, e ce l’avrebbe messa tutta per portarla al sicuro. Sentiva che quella ragazza aveva qualcosa di speciale, e temeva che anche i loro nemici potessero interessarsi a lei.

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